Progresso per chi? Quando l’ideologia si traveste da futuro inevitabile

Chi decide cosa significa “progresso”?

Qualcuno ha la sfera di cristallo che indica quale futuro sia quello “giusto”? Oppure Dio in persona è sceso su qualche monte a consegnare le “tavole della verità” a qualche leader politico? La risposta è semplice: nessuno.

Non esiste un manuale che definisca cosa sia davvero “meglio” per l’umanità. Nemmeno i testi più antichi e autorevoli pretendono di farlo. I Dieci Comandamenti indicano cosa evitare, non come strutturare una società moderna. La Bibbia offre storie, simboli, ammonimenti morali, ma non dice da nessuna parte che tutti debbano essere uguali, che si debba vivere in una democrazia o che lo Stato debba garantire l’assistenza sanitaria. Queste sono scelte politiche, costruite nel tempo da culture diverse, frutto di necessità storiche e decisioni collettive, non verità scolpite nella pietra.

Eppure il progressismo contemporaneo si comporta come se questa autorità esistesse, e come se fosse già nelle mani di una minoranza convinta di vedere più lontano degli altri. Il problema è che questa sicurezza non deriva da una legge naturale o da un’evidenza scientifica, ma da una scelta politica presentata come ovvietà.

Il progressismo di oggi si presenta come morale universale. Parla il linguaggio della virtù, della necessità storica, della direzione inevitabile. Chi non si adegua viene etichettato come arretrato, egoista, o addirittura pericoloso. Di fronte a questa retorica molti tacciono, non per convinzione ma per timore di essere messi all’angolo. Così un progetto che dovrebbe nascere dal confronto diventa un dogma laico, che usa urgenza e catastrofismo per evitare discussioni vere.

Il “progressismo” come ideologia politica

La politica ha capito bene come sfruttare questa dinamica. Basta chiamare una misura “progresso” per trasformarla in qualcosa che non si può criticare. Che funzioni o meno diventa secondario. Che serva davvero a migliorare la vita delle persone passa in secondo piano. L’etichetta vince sulla sostanza, mentre dietro le quinte si muovono interessi economici, lobby culturali e strategie di potere.

Il Green Deal europeo è l’esempio più evidente di questa deriva. L’obiettivo di ridurre l’inquinamento è condivisibile. Nessuno discute la necessità di prendersi cura dell’ambiente. Ma tra un fine giusto e un piano sensato c’è una differenza enorme. In nome di una transizione necessaria si sono sacrificati interi settori industriali e centinaia di migliaia di posti di lavoro. Si sono imposte scadenze irrealistiche che hanno messo alle corde agricoltori, aziende energetiche, industrie pesanti e soprattutto l’automotive.

La narrazione è stata semplice: o accetti tutto, subito, senza obiezioni, oppure sei contro il pianeta. Con questa logica non si governano le democrazie, si schiacciano. E in questo schiacciamento sono sparite alternative tecniche concrete, più efficienti, graduali e sostenibili. La transizione ecologica è stata trasformata in un obbligo morale, non in un progetto razionale basato su dati, costi e conseguenze reali.

L’ipocrisia è lampante. Mentre l’Europa si vanta di salvare il mondo, rischia di regalare il proprio sistema industriale ai paesi che non seguono le stesse regole. La Cina produce batterie e auto elettriche a costi inferiori e senza vincoli ambientali paragonabili. Risultato: noi ci facciamo del male da soli, loro occupano il mercato. E tutto questo viene presentato come “progresso”.

È questo il “progresso”?

Ma il progresso vero non nasce così. Non nasce da imposizioni ideologiche. Non nasce da ansie costruite per spingere i cittadini in una direzione prestabilita. Nasce da scelte razionali, da confronto pluralista, da soluzioni che si possono discutere senza paura. Per essere davvero progresso, un’idea deve migliorare la vita delle persone. Non deve sostituire la realtà con un sogno politico travestito da certezza scientifica.

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