Tassazione del lavoro autonomo in Italia: una categoria dimenticata

L’articolo 1 della Costituzione italiana recita: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.”
Una frase potente, diventata un simbolo. Ma a ben guardare, quel “lavoro” non è un concetto astratto. È figlio del suo tempo. Quando la Costituzione fu scritta, nel 1947, l’Italia stava rinascendo dalle macerie della guerra. A pochi decenni dalla rivoluzione industriale e con il sostegno decisivo del Piano Marshall, il Paese si stava trasformando in una potenza manifatturiera. Le grandi industrie, le catene di montaggio, la FIAT, l’ENI, la Olivetti: erano loro a rappresentare il “lavoro” in senso collettivo. Il lavoratore era l’operaio, l’ingranaggio di un sistema produttivo che muoveva la nazione verso la modernità.

In quel contesto, è difficile pensare che i padri costituenti si riferissero al lavoro autonomo nel senso odierno — quello del titolare di un bar, dell’artigiano, del piccolo commerciante o del libero professionista con tre o quattro dipendenti. Queste figure, pur centrali per il tessuto sociale italiano, non incarnavano il concetto di “lavoro” su cui si fondava la nuova Repubblica: erano considerate eccezioni o forme residuali di autoimpiego, non il motore dell’economia.


Il principio di proporzionalità e la questione delle aliquote

Un altro articolo della Costituzione, il 53, stabilisce che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” e che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
Due parole chiave: proporzionalità e progressività.

Ma cosa significa, in concreto, “proporzionale”? Se chi guadagna 100.000 euro paga il 10% (10.000 euro), deve chi guadagna 200.000 pagare sempre il 10% (20.000 euro) — quindi una cifra maggiore ma in proporzione identica — o deve pagare il 20% (40.000 euro), quindi una quota più alta anche in termini percentuali?

La Costituzione, con quella parola “progressività”, sembra propendere per la seconda ipotesi. Tuttavia, ciò che era logico in un sistema industriale di massa, dove i grandi guadagni erano frutto di capitale accumulato e potere di mercato, rischia di essere profondamente ingiusto per chi lavora in proprio oggi, senza paracadute, senza ferie, senza tutele.
Un piccolo imprenditore o un artigiano con quattro dipendenti non è “ricco” solo perché il suo reddito lordo supera quello di un impiegato: spesso è un reddito che deve coprire stipendi, investimenti, rischi, macchinari, contributi e burocrazia. Eppure, lo Stato continua a tassarlo come se fosse un capitalista.


“Solo i dipendenti pagano tutte le tasse”? Una mezza verità

Una frase ricorrente nel dibattito pubblico italiano — soprattutto di area progressista — è che “solo i lavoratori dipendenti pagano tutte le tasse”. È un’affermazione che contiene una parte di verità, ma nasconde una realtà più complessa.

Il lavoratore dipendente non evade perché le tasse gli vengono trattenute alla fonte. Ma ciò non significa che il suo contributo sia “più autentico” o “più pesante” rispetto a quello di chi lavora in proprio. Dietro ogni busta paga c’è un datore di lavoro che paga una parte consistente di quei contributi, e che ha dovuto investire — spesso rischiando di tasca propria — per creare quel posto di lavoro.
In altre parole: dietro le tasse del lavoratore dipendente, c’è anche il sacrificio dell’imprenditore o dell’autonomo che lo impiega.

Nei sistemi industriali avanzati, come in Germania o negli Stati Uniti, questo rapporto tra impresa e lavoro è moltiplicatore di valore. Gli investimenti privati generano occupazione, crescita, consumo e, infine, gettito fiscale.
In Italia, invece, il sistema tributario sembra punire proprio chi investe e rischia. L’aliquota effettiva per un piccolo imprenditore può facilmente superare il 50%, tra tasse, contributi e burocrazia. Mentre chi lavora in nero o chi vive di rendita riesce spesso a cavarsela con molto meno.
Il risultato è un’economia che penalizza chi produce e premia chi si adatta.


Una proposta: una nuova categoria per il lavoro autonomo

È tempo di riconoscere che il lavoro autonomo “produttivo” — quello del piccolo imprenditore, dell’artigiano, del professionista con pochi dipendenti — è una categoria a sé, distinta sia dai lavoratori dipendenti sia dagli imprenditori veri e propri.

Proponiamo quindi la creazione di una nuova categoria fiscale:

Il Lavoratore Autonomo Produttivo (LAP)

Caratteristiche principali:

  • Aliquote ridotte del 40% rispetto a quelle applicate a imprenditori e professionisti ordinari.
  • Meno burocrazia: dichiarazioni semplificate, contabilità digitale unica, riduzione dei versamenti anticipati.
  • Sanzioni più severe in caso di inadempienza, proprio per compensare la maggiore libertà fiscale.
  • Accesso facilitato a credito e investimenti, a condizione di reinvestire parte dell’utile in crescita o occupazione.

Un sistema così concepito non sarebbe un privilegio, ma un riconoscimento di ruolo. Questi piccoli motori economici rappresentano l’Italia vera: quella che lavora, che rischia, che resiste alla pressione fiscale e alla burocrazia, e che ancora oggi tiene in piedi intere comunità.
Una tassazione più equa e proporzionata al rischio non solo li sosterrebbe, ma rafforzerebbe l’intero tessuto economico nazionale.


Conclusione

Settant’anni dopo la Costituzione, il significato di “lavoro” si è evoluto. Non esiste più solo il lavoro salariato o quello industriale. Esiste una miriade di forme di autoimpiego e microimprenditoria che non trovano ancora una collocazione giusta nel sistema tributario.
Riconoscere questa realtà — e costruirle intorno un regime fiscale adeguato — sarebbe il modo migliore per onorare davvero l’articolo 1: fare dell’Italia una Repubblica fondata sul lavoro di tutti, non solo di alcuni.


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